Inroduzione

Qualche giorno fa mi sono trovato a distruggere vecchi documenti cartacei. Carte personali, corrispondenza, archivi di una vita professionale che risale a quando il digitale non esisteva o era appena agli inizi. Un gesto semplice, quasi meccanico, che però mi ha fatto fermare a riflettere.

Quanta carta ho consumato in tutti questi anni? Quanta ne ho accumulata, conservata, e ora distrutta? E soprattutto: cosa è cambiato davvero passando al digitale?

Oggi non uso quasi più carta. I miei documenti esistono su server, in cloud, in backup ridondanti. Ma questa transizione, che ci è stata raccontata come un progresso anche ambientale, nasconde costi che raramente consideriamo.

L’era della carta: un’eredità da riconsiderare

Per decenni la carta è stata il supporto di tutto: contratti, lettere, archivi, memorie. L’industria cartaria ha avuto un impatto ambientale enorme: alberi abbattuti, acqua consumata, processi chimici inquinanti. Non c’è nostalgia in questa osservazione, solo un dato di fatto.

Eppure la carta aveva una caratteristica che oggi appare quasi paradossale: esisteva senza richiedere energia continua. Un documento cartaceo, una volta prodotto, restava lì. Potevi leggerlo, conservarlo, distruggerlo. Il suo impatto ambientale, per quanto significativo, si esauriva nel tempo.

La promessa digitale

Negli anni Novanta ci fu detto che il futuro era il “paperless office”. L’ufficio senza carta. Meno alberi abbattuti, meno sprechi, più efficienza. Il digitale appariva pulito, leggero, quasi immateriale.

Era una promessa seducente. E in parte è stata mantenuta: oggi possiamo gestire in pochi gigabyte ciò che prima richiedeva stanze intere di archivi. Ma quella promessa nascondeva un costo che allora non vedevamo e che ancora oggi facciamo fatica a percepire.

Il costo invisibile

I dati digitali non esistono nel vuoto. Esistono in server che consumano energia ventiquattro ore su ventiquattro, in data center che richiedono sistemi di raffreddamento continui, in infrastrutture di rete che attraversano continenti. A differenza della carta, i dati richiedono energia per continuare a esistere.

E poi c’è l’hardware: dispositivi che diventano obsoleti in pochi anni, minerali rari estratti in condizioni spesso problematiche, rifiuti elettronici che non sappiamo come smaltire.

Il punto non è che il digitale sia peggiore della carta. Il punto è che il suo impatto è invisibile. Non vediamo i server, non percepiamo il consumo, non tocchiamo con mano le conseguenze. E ciò che non vediamo, tendiamo a ignorare.

L’accelerazione dell’intelligenza artificiale

In questo scenario si inserisce l’intelligenza artificiale, che amplifica tutto in modo esponenziale.

Addestrare un modello linguistico di grandi dimensioni richiede quantità enormi di energia. Ma non è solo l’addestramento: ogni query, ogni conversazione, ogni elaborazione richiede risorse computazionali concrete. Milioni di richieste al giorno, moltiplicate per milioni di utenti.

E qui emerge una domanda che raramente ci poniamo: chi decide dove allocare questa energia? Chi stabilisce le priorità computazionali? Per quali scopi stiamo impiegando risorse così ingenti?

Il problema non è solo quanta energia consumiamo, ma chi decide come, dove e per cosa venga utilizzata.

Non è una domanda retorica. È una questione di governance che ancora non abbiamo affrontato seriamente, troppo concentrati sulle potenzialità dell’AI per interrogarci sul suo peso materiale.

La retorica e le sue contraddizioni

Viviamo in un’epoca in cui il “salviamo l’ambiente” è diventato uno slogan onnipresente. Aziende che proclamano la propria sostenibilità mentre espandono infrastrutture sempre più energivore. Conferenze sul clima raggiunte in jet privato. Consumatori che acquistano prodotti “eco-friendly” su piattaforme che generano milioni di tonnellate di emissioni logistiche.

Non è un’accusa. È un’osservazione su noi stessi, me compreso. Ci trinceriamo dietro gesti simbolici — la borsa riutilizzabile, il server green, la raccolta differenziata — mentre alimentiamo un sistema che si muove in direzione opposta.

Questo non significa che quei gesti siano inutili. Significa che non dobbiamo confonderli con una soluzione.

Le scelte individuali: necessarie ma insufficienti

Ho scelto di utilizzare server alimentati da energie rinnovabili. È una scelta consapevole, coerente con i miei valori. Ma non mi illudo che questo cambi il quadro globale.

Le decisioni individuali operano ai margini di un sistema economico costruito sulla crescita perpetua, sull’obsolescenza programmata, sul consumo continuo. Un individuo che sceglie con cura è come chi svuota il mare con un cucchiaio mentre altri aprono nuove dighe.

Il cucchiaio non è inutile. Ma non dobbiamo illuderci sulla sua portata.

Oltre l’individuo: governance, etica, responsabilità

La consapevolezza individuale è un punto di partenza, non un punto di arrivo. Se il problema è sistemico, anche le risposte devono esserlo.

Qui entra in gioco la dimensione della governance. Non intesa come slogan o come delega in bianco alle istituzioni, ma come insieme di regole, standard, meccanismi di accountability che definiscono chi risponde di cosa.

L’AI Act europeo, ad esempio, introduce per la prima volta obblighi di trasparenza e valutazione del rischio per i sistemi di intelligenza artificiale. È un passo significativo, ma ancora largamente focalizzato sui rischi per i diritti fondamentali e la sicurezza, meno sull’impatto ambientale. La sostenibilità energetica dei modelli di AI non è ancora al centro del dibattito regolatorio. Eppure dovrebbe esserlo.

C’è poi una questione etica che precede il diritto: la responsabilità di chi progetta, sviluppa, distribuisce tecnologie ad alto impatto. Non si tratta solo di rispettare norme, ma di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte prima che una norma le imponga. L’etica non è un vincolo esterno: è una bussola interna.

E c’è, infine, una responsabilità professionale. Chi lavora nel settore tecnologico, legale, della consulenza — chi contribuisce a plasmare le infrastrutture digitali — ha un ruolo che va oltre il singolo incarico. Ogni scelta tecnica, ogni architettura, ogni contratto porta con sé implicazioni che si sommano. La neutralità non esiste: si è sempre parte del sistema, e si può scegliere come starci dentro.

Non servono proclami. Serve coerenza tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo. Serve che la consapevolezza diventi criterio operativo, non solo riflessione privata.

Vivere senza illusioni

Non possiamo tornare all’età della pietra, né avrebbe senso farlo. Il digitale e l’intelligenza artificiale sono qui per restare, e porteranno benefici che ancora non immaginiamo. Non sono un apocalittico, né un nostalgico.

Ma rifiuto di fingere.
Rifiuto la retorica green che ci assolve senza chiederci nulla. Rifiuto l’illusione che le nostre scelte individuali, da sole, possano invertire una traiettoria sistemica. Ma rifiuto anche l’alibi del disimpegno: se le scelte individuali non bastano, questo non significa che non contino. Significa che vanno fatte con consapevolezza, non con l’illusione di risolvere, ma con la responsabilità di non aggravare.

Rinunciare alle illusioni, però, non significa rinunciare alla responsabilità. Sono due cose diverse.

La consapevolezza non cambia il sistema da sola, ma cambia il modo in cui ci stiamo dentro. Ci permette di agire senza ipocrisia, di scegliere senza autoinganni, di guardare la realtà per quello che è.

In un mondo che sembra interessarsi di tutt’altro, forse è già qualcosa. O forse è solo il punto da cui ricominciare a fare le domande giuste.


Hashtag correlati

#AI #DigitalSustainability #DataCenter #GreenIT #HiddenCosts #DigitalAwareness #TechGovernance #EnvironmentalImpact #GreenWashing #ResponsibleTech #DigitalFootprint